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Un po di Storia
Trabia
Le origini del paese si perdono nel tempo, e stabilirne la data di nascita e' difficile, per le poche notizie incerte e vaghe che si hanno; comunque si sa di certo che, sin dai tempi antichi, le terre della "Trabbia" furono abitate e l'esistenza di antichi stanziamenti umani nelle vicinanze dell'attuale paese lo testimoniano, mentre i resti di interi sepolcreti ritrovati, con antichi monili e vasi funerari lo confermano. Vito Amico, nel suo dizionario topografico della Sicilia, tradotto e annotato da Gioacchino Di Marzo, descrive Trabia "come piccolo paese e fortezza, ben munita che sorge nella spiaggia appresso Termini"; lo storico nel suo lavoro si attiene pero' ad ubicare topograficamente il paese, senza andare alla ricerca delle sue antiche vestigia. Il mio studio, invece che trae origine da documenti conservati presso l'Archivio di Stato, va ben oltre la descrizione fatta dall'insigne storico; i documenti comprovano infatti che a Trabia, prima che venisse occupata dagli Arabi, esisteva di gia' un Casale. L'ipotesi affascinante che a Trabia esistesse gia' un Casale o rocca e' confortata da Michele Amari, che nella sua Storia dei Musulmani in Sicilia, scrive a proposito: "I Bizantini, dopo la caduta di Lampedusa, avvenuta nel 554, prendono il provvedimento in Sicilia di rizzare un castello sopra ogni rocca atta alla difesa". Certo, con questo non si puo' affermare che i Bizantini costruirono il castello di Trabia, come se si volesse ad ogni costo trovare un passato molto antico, ma la testimonianza indiretta di un cronista arabo del tempo, An Nuwari, nell'anno 747, quasi cento anni prima dell'occupazione della Sicilia, da parte degli Arabi, cosi' scriveva: "II paese (la Sicilia) fu ristorata da ogni parte dai Ru'm (cioe' i romani, quelli che noi ora chiamiamo bizantini) i quali vi edificarono fortilizi e castelli". Ora, l'ipotesi che i bizantini abbiano potuto costruire un casale a picco sul mare a guardia del vicino "caricatore" di Termini, centro commerciale per la esportazione, soprattutto di frumenti e cereali, non e' del tutto da scartare, come sostiene lo stesso La Mantia, ma la certezza dell'esistenza del Casale si ha soltanto nell'anno 827, quando gli Arabi, prima di assediare Termini, si attestarono sulle spiagge di Trabia ed occuparono l'esistente Casale. Tutto cio' trova testimonianza in un documento arabo che l'Emiro Aadelkum el Chbir invio' al comandante militare dell'impresa e dove scrisse: "lodo molto il tuo pensamento per cui stai facendo un castello a Tarbiaa per custodire quella cala... la mia grande persona ti dice, che quando finirai detti ristoramenti delle mura, e sara' terminata la fortificazione di Tarbiaa, devi seguitare il tuo viaggio, per darmi prove maggiori del coraggio tuo e di tutta la gente da te comandata, Aadelkum el Chbir, per lo Dio Grazia, tuo Signore" 6. Dal documento, quindi, si evince, che quando arrivarono gli Arabi, a Trabia esisteva di gia' un Casale, che era stato non solo occupato, ma poi, anche fortificato per "custodire quella cala". Trabia rappresento' un punto indispensabile, nella strategia militare araba, fu scelta con cognizione di causa, per muovere all'attacco della Citta' di Termini, che distava appena tre miglia. Qui infatti trovarono cibo fresco per le loro truppe e acqua in abbondanza, che sgorgava nelle vicinanze dell'attuale castello, che piu' tardi venne chiamata "acqua tÃrrenia", il cui deflusso perveniva fino a poco tempo fa, in un'ansa naturale del terreno, che gli indigeni chiamarono "u scoppu dell'acqua". In seguito, i Normanni, nuovi conquistatori, rafforzarono le difese del Castello, ponendolo a guardia del territorio circostante, contro i continui atti di pirateria dei Saraceni. Il Malaterra, grande storico del tempo, attesta anche, che fu proprio Re Ruggero che, appena conquistata l'isola, ordino' di edificare e rafforzare i vecchi "castelli", "castella Turresque aedificare" ed in "brevi tempore turribus et propugnaculis immensae altitudinis mirifico opere consummavit"'. I Castelli, pertanto vennero costruiti nei punti piu' idonei ed importanti dell'Isola, in posizione strategica, per la difesa delle comunita' che si andavano insediando. Anche i successori di Re Ruggero convennero nella politica di rafforzamento delle difese delle coste della Sicilia; in un documento del 1296 infatti troviamo l'ordine, dato da Federico III, di costruire nuove torri di difesa e di fortificare i vecchi castelli che erano andati in rovina. E Pietro Zizzo, nelle sue "Vicende storiche di Trabia", afferma infatti che furono proprio i Normanni a dare il nuovo assetto che riveste il Castello di Trabia, almeno nelle sue principali strutture. Federico III non fu pero' solo il re che predispose le difese delle coste dell'Isola, ma fu il monarca che riordino' il suo regno, al quale diede nuove regole politiche ed amministrative; lo storico Antonio De Stefano lo defini': "re ideale, giusto e generoso, prode in armi e cavalleresco, intelligente e colto". Con questo re, si concluse il ciclo dei re di Sicilia, poiche' con i Martini che furono suoi successori, cominciano gli anni cupi del viceregno, per cui la Sicilia perdette il nome di "nazione" e, come scrisse il La Lumia, fu anche "il preludio e un principio di dominazione straniera, di preponderanza assoluta di uomini, idee, interessi stranieri"
S. Nicola l'Arena
Anche la nascita di questo piccolo borgo si perde nel buio dei secoli. Tommaso Fazello lo ricorda nella sua grande opera, frutto dei suoi viaggi attraverso la Sicilia e scrive: "...seguita poi la torre della Guardia, fatta a mio tempo da' Termitani Imerese, per far la discoperta al ridotto de' legni de' corsali, e di poi e' la fortezza di San Niccolo' fatta da' fondamenti gia' cento anni sono in sul mare, da Tommaso Crispo Panormitano". Alcuni storici pero' sostengono che non fu il Crispo a costruire il fortilizio, ma un certo Tommaso Ansalone, architetto, nel secolo XV. Ma da un esame di documenti ritrovati si puo' affermare pero' che nel 1361, esisteva di gia' la tonnara, che Federico III aveva concesso per lo sfruttamento a Perrono Gioieni, assieme ad altre tonnare esistenti nel territorio di Palermo. Un filo logico, quindi ci lega alla costruzione della fortezza che dovette essere fatta nello stesso periodo in cui la tonnara incomincio' ad essere sfruttata, per la sua sicurezza e quella dei tonnaroti. Si puo' anche dire che le fortezze di forma circolare nacquero prima di quelle quadrate, come scrive il Mongitore, per cui senz'altro si puo' affermare che fortezza e tonnara risalgono verso la fine del XIII secolo. La fortezza e la tonnara pervennero solo nel 1367, assieme al feudo di Foresta alla famiglia Crispo, che li ebbe concesse dal re, per i servigi resi alla Corona. Le tonnare che risalgono a tempi assai remoti, giocarono un ruolo principale nell'economia dell'Isola e soprattutto per i proventi che ne derivarono alla Corona di Spagna. Infatti le tonnare che sino all'avvento dei Normanni, erano libere, piu' tardi per potere esercitare il diritto di pesca, necessitarono di una regolare concessione rilasciata dal Sovrano. Scrive Titone in "La Sicilia spagnola", che la pesca del tonno rientrava nel demanio regio, "cosi' il litorale marittimo fino alla distanza di un tiro d'arco o di balestra, per "iactum balistae", come nel mare stesso i golfi e le insenature opportune alla pesca dei tonni". Dai "Capibrevi" del Barberi, pubblicati dal Silvestri nel 1888, si rileva che all'inizio del Cinquecento, le concessioni per lo sfruttamento della pesca del tonno venivano date in diverse maniere: "in feudum perpetuum, quam sub onere alicuius census seu solutionis iurium regie curie competentium et assuetorum, aliquibus in forma stricta iure Francorum et aliquibus in ampla forma concesse fuere...", e cioe', secondo lo "ius Francorum" che permetteva l'ereditarieta', ovvero la trasmissione del possesso, in linea maschile, al contrario quindi dello "ius Longobardorum" che in mancanza dell'erede maschio, lo assegnava alla figlia. La concessione poteva, anche, essere data o in gabella o a censo o ancora assegnata ad un Convento, Monastero o Chiesa. Il Barberi, riferendosi alla tonnara di San Nicola, annota che questa al contrario delle altre rimase in possesso della Corte sino al XVI secolo. Solo il 1° settembre 1592 fu arrendata, cioe' affittata, fino a quando nel 1648, tutte le tonnare della Sicilia, vennero vendute ai privati. Lo sfruttamento della tonnara di San Nicola, subi', quindi, prima di essere venduta nel 1648, la regolamentazione spagnola, fu data sempre o a censo o in gabella. Il Villabianca nel suo volume "Della Sicilia nobile" ci porta la testimonianza e tenta di ricostruire i vari passaggi di queste concessioni; cosi' scrive infatti: "notisi finalmente, che esso castello e tonnara di San Niccolo' fu di ragione anticamente di Orlando Graffeo, ed indi pervenne in potere della famiglia Crispo, dalla quale casa Crispo derivano lor diritto i "Principi della Cattolica di Casa Bosco, ed oggi di Bonanni toccante al titolo, e possesso di detta tonnara, e baronia"; piu' tardi, nel 1809, pero' il Principe della Cattolica, a seguito di una ingiunzione notificatagli dalla Deputazione, per non avere ottemperato alle opere di restauro della Torre principale, che si era mal ridotta, rispose che da molto tempo non era piu' proprietario, perche' "se ne e' discaricato". Il Villabianca, in merito al titolo nobiliare che era stato legato alla Fortezza, lo separa dal reale possesso della Torre e cosi' scrive: "credesi la concessione di questo titolo appoggiato forse su la Fortezza di San Niccolo' che sorge nel litorale presso la Citta' di Termini, eretta da i fondamenti duecento anni sono in sul mare da Tommaso Crispo palermitano, che come ebbe a scrivere il Fazello, "fu quello, che uccise Lionardo di Bartolomeo, Signore del Castello di Trabia, e Protonotaro del Regno, per causa di gelosia della vicinanza de' detti Castelli di loro domini...", castello, che come scrisse il Muscica, gli era stato concesso per i suoi servigi alla Corona, nel 1408 da re Martino. Appare certa anche la cessione del titolo nobiliare; infatti, dall'atto del notaio Ciulla di Palermo, redatto l'8 febbraio 1695, Angela Lascari e Crisolomi, moglie di Martino de Gajangos, Secreto della SS. Inquisizione, trasferisce il titolo nobiliare che aveva ottenuto, nel 1688, da Carlo II a Girolamo Branciforte, che nello stesso anno, prende il nome di quello di Duca Branciforte. Quindi da un lato abbiamo il titolo della Ducea di San Nicola, dall'altro lato i veri possessori della tonnara e del castello. Nel 1509, la tonnara e' in possesso di tale Antonio Spadafora, dal quale pervenne nel 1598, per linea femminile in dote, a Vincenzo Bardi Mastrantonio Bologna. Poi, la figlia Giulia, che nel 1646 aveva ereditato tonnara e castello, li porta in dote a Giulio Pignatelli, suo marito. Nel 1657, la proprieta' passa nelle mani di Antonia Ventimiglia Bardi, marchesa di Ventimiglia e suo figlio Giuseppe Bologna l'eredita nel 1682. Solo nel 1782, castello e tonnara, pervengono alla famiglia del Principe della Cattolica di Casa Bosco e poi Bonanno, a cui va anche il titolo di duca di San Niccolo'. In seguito castello e tonnara vengono acquistati dal Principe di Valdina, che, con atto del notaio Magliocco dell' 11 febbraio 1882, li vende indivisi a Bonomo Francesco Paolo, Mandala' Emanuele, Spadaro Pietro, Spadaro Diego, e Catinella Salvatore; quest'ultimo vende, con atto del 28 novembre 1888 redatto presso il notaio Cammarata, la sua quota agli altri quattro comproprietari. Muore Mandala' Emanuele e la sua quota viene ereditata dai quattri figli: Santina, Enrico, Filippo e Domenico. La quota di Enrico Mandala', poi, passata per successione alla figlia Teresa ed alla moglie Michelina Cantoni, da questa fu venduta con atto del notaio Morello il 10 settembre 1923, al Principe Giuseppe Mantegna di Gangi, che alla sua morte passo' ai figli Stefania, Benedetto e Giovanni, con l'usufrutto uxorio a favore della moglie Giulia Alliata, che venne estinto il 19 ottobre 1957 con la morte della nobildonna. Il 1° luglio 1963, muore uno degli eredi, Giovanni, e per testamento olografo la sua quota passa nelle mani della sorella Stefania. Le quote degli altri comproprietari e cioe' quelle degli eredi del Mandala', dei Bonomo e dei Spadaro vengono acquisiti in un arco di tempo che parte dal lontano 1910 per giungere ai nostri giorni e cioe' nell'anno 1962, in cui il Principe Vanni Calvello Pietro, marito di Stefania Mantegna, Principessa di Gangi, acquista le quote di pertinenza di Diego Spadaro. Ai nostri giorni il Castello e quello che rimane dell'antica tonnara appartiene alla nobile famiglia del Principe Vanni San Vincenzo, che sulla facciata dell'antica torre ha posto il suo vecchio blasone. Ritengo giusto ricordare ai lettori che i rapporti tra i possessori del castello e della tonnara e gli amministratori del Comune di Trabia, sotto cui cade la competenza territoriale, non sempre sono stati ottimi. Un episodio che va ricordato risale al 1890, quando il Castello apparteneva agli Spadaro, Bonomo e Mandala', che insorsero contro il Sindaco di Trabia, il quale aveva fatto piantare degli alberi di alto fusto ai confini tra l'allora strada provinciale e l'attuale "chianu". Nel giudizio che ne scaturi' il Sindaco di Trabia si oppose e a sua difesa motivo' che i proprietari non avevano il diritto esclusivo sulla spianata che da tempo era destinata a uso pubblico. Il Pretore di Termini Imerese con sentenza del 12 febbario 1891, respinse le pretese del Sindaco e lo condanno' a svellere gli alberi piantati ed al pagamento delle spese, ma in appello, la Corte il 30 ottobre 1891, riformo' la prima sentenza, dichiarando inammissibile l'azione possessoria fatta dai proprietari, per carenza di diritto; ma la Cassazione diede ragione ai proprietari del castello 26 Altre incomprensioni nacquero tra l'Amministrazione Comunale di Trabia ed i nuovi proprietari del Castello e della tonnara di San Nicola che qualche volta diedero luogo a tensioni sociali che turbarono l'ordine pubblico da come si evince dal documento presentato nel libro. Dopo questa digressione che ci ha portato ai nostri giorni, credo che sia opportuno ritornare al nostro passato remoto. Di certo si sa che la Fortezza di San Niccolo' era inserita tra le quattro torri costruite a suo tempo a guardia delle tonnare di Solanto e di San Niccolo', anche se Camillo Camillani, incaricato dal re, ad approntare le difese delle coste dell'Isola, sempre piu' minacciate dai pirati saraceni, nella sua "Descrizione della Sicilia" si guarda bene di menzionarla pur raffigurandone il disegno, cosi' scrive infatti: "e giunti ad esse (due calette dette della Galera) si vedono innalzare certe ripe, dov'e' fabbricata una torre di guardia, detta il capo delle Mandre, qual e' distante dalla punta della Ginestrella (Trabia) cinque miglia. Sotto a questo capo verso ponente ci sono la cala dalla Ciaco, cala di Scipione e cala di Salica (Sciabica), piccole e scoperte dalla suddetta torre. Di quivi segue un miglio e mezzo di spiaggia scoperta, dove si giunge a certe rocche, dov'e' fabbricata una torre di guardia, detta Colonna. Lo Spannocchi, altro incaricato del re, al contrario, nella sua relazione del 1578, cosi' scrive: che nella torre di San Niccolo' "non si fa guardia alcuna sebbene si intende anticamente soleva stare guardia (e pur essendo) in detto castello dui smirigli di bronzo e cinque maschi di ferro" . Va anche detto che San Niccolo', non fu solo un piccolo borgo di pescatori, che nel tempo della pesca del tonno popolavano quella contrada, per il periodo convenevole, ma e' provato che esistette una piccola comunita' che visse si' all'ombra dell'antica torre, ma non solo per la pesca del tonno, ma anche per le nuove attivita' commercia li che andavano sviluppandosi. In quel tempo infatti gli isolani scoprirono un'attivita' molto redditizia che resse per molto tempo fino alla concorrenza emergente di altri Stati, che era la coltivazione della "cannamela" dalla quale con un procedimento tutto particolare, si estraeva lo zucchero, e per fare cio', necessitava molta mano d'opera, dopodiche' lo zucchero veniva tutto esportato, anche al di fuori dell'area del Mediterraneo, Filoteo Omodei nella sua "Descrizione della Sicilia", occupandosi anche di zuccheri, ci porta la sua testimonianza, poiche' nell'elencare i trappeti che nel 1557, lavoravano a pieno ritmo la cannamela, include oltre Partinico, Carini, Ficarazzi, Trabia, anche San Niccolo'. Un'altra testimonianza importante ci viene data da un regio funzionario napoletano che, inviato nel 1593 in Sicilia per contabilizzare la produttivita' di zucchero che i trappeti riuscivano a produrre, nel suo rapporto al re cosi' scrisse: "molta considerazione in diverse parti del Regno et particolarmente sono di grandezza li trappeti di Partinico, Acquedolci, Trabea, Brucato, Milici, Santo Nicola et li Ficarazzi" la cui produzione annua di zucchero era pari a 120 mila scudi . Anche il Filangeri nel suo volume "Territorio di Palermo, storia partecipazione e forma, fra il feudo di Solanto e la contrada di Bagheria" documenta che nel 1579, il trappeto di San Niccolo', era in piena produttivita'. Lo zucchero, come tutti i prodotti della terra, cereali inclusi, poi per la mancanza di strade venivano esportati via mare, e poiche' San Niccolo' era sprovvisto di un vero e proprio caricatore, come Termini, si serviva della sua spiaggia. Illuminato Peri in "Uomini, Citta' e campagne 1282-1376", ci porta la sua testimonianza, ed infatti cosi' scrive: "il naviglio oltre ai caricatori e ai porti... faceva capo alla plage piu' di una in prossimita' delle tonnare... " e tra queste cita le spiagge di Solanto e S. Nicola, che anticamente era chiamata San Nicola "di lu Piscu" Le anfore poi ritrovate nei pressi del Castello, comprovano ancor piu' che anticamentee in quella contrada vi era insediata una comunita' e non solo di pescatori, che quotidianamente svolgeva i compiti di cui aveva bisogno la collettivita', ed il ritrovamento dei numerosi sepolcreti rinvenuti nella parte alta del paese, nelle vicinanze dove ora sorge la palazzina Testa, confermano l'esistenza dell'antico insediamento. Solamente nel 1887, pero', questo piccolo borgo ebbe la sua chiesa che fu costruita dal capo mastro Salvatore Affatigato; invano i suoi pochi abitanti si erano rivolti alle autorita' ecclesiastiche, protestando che vedevano il sacerdote poche volte l'anno ed in una lettera inviata all'Arcivescovo di Palermo, nel dicembre 1863, lamentano che (il Sacerdote) "se viene chiamato ad amministrare il Battesimo vuole la barca o se non si puo' carrozza e mentre si aspetta i neonati muoiono senza battesimo. Qui si vive a guisa di pecore ed i nostri figli non distino dalle bestie perche' senza istruzione: finalmente anche noi figli del Vangelo siamo, e vogliamo essere istruiti e pasciuti dalle carni del Signore" . Mons. Naselli, purtroppo non pote' fare niente, essendo la Curia priva di mezzi finanziari, ne' il re al quale si era rivolto nel 1858 diede il permesso di usare i fondi ecclesiastici. La Chiesa fu eretta quindi dalla generosita' di un laico, tale Salvatore Celeste, possidente palermitano, che la finanzio', incoraggiato e assistito dal Venerabile Sacerdote Don Nunzio Russo, che la dedico' a San Nicola di Bari. Solo l' 11 giugno 1935 il Cardinale di Palermo Luigi Lavitrano la eresse a Parrocchia. All'Altare Maggiore troneggia una pregevole scultura lignea dell'Immacolata di autore e datazione ignoti. Luigi Natoli, sotto lo pseudonimo di William Galt, ispirandosi al Castello vi ambiento' il notissimo romanzo popolare "Calvello il Bastardo".
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